Manifeste de l'assemblée des travailleurs africains de Rosarno à Rome

Publié le par la Rédaction

«Les mandarines et les olives ne tombent pas du ciel»

«Nous sommes les travailleurs qui ont été contraints à quitter Rosarno, après avoir revendiqué leurs droits. (…) Nous étions exploités le jour et pourchassés la nuit par les enfants de nos exploiteurs. Nous avons été tabassés, harcelés, braqués comme des bêtes, enlevés et certains d’entre nous ont disparu à jamais.

On nous a tiré dessus, par jeu ou pour servir les intérêts de certains. Nous avons continué à travailler. Le temps passant, nous sommes devenus des cibles faciles. Nous n’en pouvions plus. Ceux qui n’ont pas été blessés par des projectiles, l’ont été dans leur dignité, dans leur fierté d’être humain.

Nous n’en pouvions plus d’attendre une aide qui ne serait jamais arrivée parce que nous sommes invisibles, nous n’existons pas pour les autorités de ce pays. Nous nous sommes rendus visibles, nous sommes descendus dans la rue pour crier notre existence.

(…) Les gens de Rosarno se sont mis à nous prendre en chasse, à nous lyncher cette fois-ci organisés en véritables équipes de chasse à l’homme.

Nous avons été enfermés dans des centres de détention pour immigrés. Beaucoup y sont encore, d’autres sont retournés en Afrique, les autres sont dispersés dans différentes villes du Sud.

Nous, nous sommes à Rome. (…)

(…) Les mandarines, les olives et les oranges ne tombent pas du ciel. Ce sont des mains qui les cueillent.

Nous étions parvenus à trouver un travail que nous avons perdu tout simplement parce que nous avons demandé d’être traités comme des êtres humains. (…)»

Extrait du manifeste de l’assemblée
des travailleurs africains de Rosarno à Rome

Résistons ensemble no 83, février 2010.


«I mandarini e le olive non cadono dal cielo»

In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l’Assemblea dei lavoratori Africani di Rosarno a Roma.

Siamo i lavoratori che sono stati obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri diritti. Lavoravamo in condizioni disumane. Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né elettricità. Il nostro lavoro era sottopagato. Lasciavamo i luoghi dove dormivamo ogni mattina alle 6.00 per rientrarci solo la sera alle 20.00 per 25 euro che non finivano nemmeno tutti nelle nostre tasche. A volte non riuscivamo nemmeno, dopo una giornata di duro lavoro, a farci pagare. Ritornavamo con le mani vuote e il corpo piegato dalla fatica. Eravamo, da molti anni, oggetto di discriminazione, sfruttamento e minacce di tutti i generi. Eravamo sfruttati di giorno e cacciati, di notte, dai figli dei nostri sfruttatori. Eravamo bastonati, minacciati, braccati come le bestie… prelevati, qualcuno è sparito per sempre.

Ci hanno sparato addosso, per gioco o per l’interesse di qualcuno. Abbiamo continuato a lavorare. Con il tempo eravamo divenuti facili bersagli. Non ne potevamo più. Coloro che non erano feriti da proiettili, erano feriti nella loro dignità umana, nel loro orgoglio di esseri umani.

Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese. Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per gridare la nostra esistenza.

La gente non voleva vederci. Come può manifestare qualcuno che non esiste?

Le autorità e le forze dell’ordine sono arrivate e ci hanno deportati dalla città perché non eravamo più al sicuro. Gli abitanti di Rosarno si sono messi a darci la caccia, a linciarci, questa volta organizzati in vere e proprie squadre di caccia all’uomo.

Siamo stati rinchiusi nei centri di detenzione per immigrati. Molti di noi ci sono ancora, altri sono tornati in Africa, altri sono sparpagliati nelle città del Sud.

Noi siamo a Roma. Oggi ci ritroviamo senza lavoro, senza un posto dove dormire, senza i nostri bagagli e con i salari ancora non pagati nelle mani dei nostri sfruttatori.

Noi diciamo di essere degli attori della vita economica di questo paese, le cui autorità non vogliono né vederci né ascoltarci. I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono.

Eravamo riusciti a trovare un lavoro che abbiamo perduto semplicemente perché abbiamo domandato di essere trattati come esseri umani. Non siamo venuti in Italia per fare i turisti. Il nostro lavoro e il nostro sudore serve all’Italia come serve alle nostre famiglie che hanno riposto in noi molte speranze. Domandiamo alle autorità di questo paese di incontrarci e di ascoltare le nostre richieste:
— Domandiamo che il permesso di soggiorno concesso per motive umanitari agli 11 africani feriti a Rosarno, sia accordato anche a tutti noi, vittime dello sfruttamento e della nostra condizione irregolare che ci ha lasciato senza lavoro, abbandonati e dimenticati per strada.
— Vogliamo che il governo di questo paese si assuma le sue responsabilità e ci garantisca la possibilità di lavorare con dignità.

L’Assemblea dei Lavoratori Africani di Rosarno a Roma

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