Il Reichstag brucia?

Publié le par Debordiana


«La section italienne de l’I.S. réussit beaucoup mieux dans des circonstances pratiques presque aussi dangereuses ; notamment en réussissant à échapper à la police qui faisait mine de la rechercher après l’explosion des bombes que les services de protection de l’État italien ont utilisées, en décembre 1969, pour briser ou retarder le mouvement des grèves sauvages qui en venait à ce moment à constituer une menace de subversion immédiate de la société. Elle sut également aussitôt publier et diffuser clandestinement le tract Il Reichstag brucia ? qui, plusieurs mois avant les premiers timides doutes avancés par les gauchistes italiens, révélait l’essentiel de cette manœuvre. La Conférence de Venise avait fort bien vu venir les troubles du trimestre suivant, et avait même arrêté d’avance l’envoi, en renfort de la section italienne, de quelques “aventuriers français, tous gens d’élite et d’escarmouche”, pour réemployer l’expression du Loyal Serviteur au temps d’autres guerres d’Italie. Cependant, cette fois, ce fut l’État qui sut ressaisir hardiment l’initiative (donnant un exemple de ce qui pourra aisément se reproduire ailleurs) ; et ce furent les camarades italiens qui durent pour quelque temps s’exiler en France.»
Notes pour servir à l’histoire de l’I.S. de 1969 à 1971.


Lettre à J.V. Martin

15 décembre 1969

Cher camarade,

Alarmantes nouvelles d’Italie. Après la provocation des bombes de Rome et Milan, qui vont certainement justifier une répression contre tous les groupes révolutionnaires, les camarades de Milan (ayant réussi à éviter les flics le lendemain) se sont décidés dimanche à quitter le pays. On t’enverra des précisions quand on en aura.

Nous pensons maintenir la réunion à Luxembourg le 17 janvier (14 heures au Buffet de la gare centrale).

Amitiés,

Christian, Guy, Patrick, Raoul, René

(Christian t’envoie demain 60 dollars.)



Lettre à Connie


18 décembre 69

Chère Connie,

Je pense toujours au bel été où j’ai eu le bonheur de te connaître, quoiqu’un peu trop brièvement à mon gré. J’entends dire que, maintenant, le temps est très froid et désagréable dans ce pays ; que l’on doit craindre dans la rue tout ce qui peut tomber des toits, ou des fenêtres ; qu’il neige à en éteindre le feu. Je comprends que certains aiment mieux faire du ski en Suisse. Mais les mauvais jours finiront.

Te souviens-tu de ce garçon, guatémaltèque ou paraguayen, qui était avec nous alors, un moment (je crois qu’il t’aimait aussi) ? Il s’appelait peut-être Eusebio, ou Ernesto. Il avait fait le tour du monde, mais il n’avait encore jamais vu d’iguane.

Je me demande où il est. Je crois qu’il devait rester en Italie ? Si tu le vois, dis-lui de m’écrire et de me donner son adresse. Il avait souvent des opinions très intéressantes sur la dialectique hégélienne : c’est la plus amusante, comme tu sais.

Je t’embrasse.

Guy



Il Reichstag brucia?


Compagni,

Il movimento reale del proletariato rivoluzionario italiano lo sta conducendo verso il punto da cui sarà impossibile — per lui e per i suoi nemici — ogni ritorno al passato. Mentre si dissolvono una dopo l’altra tutte le illusioni sulla possibilità di ristabilire la «normalità» della situazione precedente, matura per entrambe le parti la necessità di rischiare il proprio presente per guadagnarsi il proprio futuro. Di fronte al montare del movimento rivoluzionario, malgrado la metodica azione di recupero dei sindacati e dei burocrati della vecchia e nuova «sinistra», diviene fatale per il Potere rispolverare ancora una volta la vecchia commedia dell’ordine, giocando questa volta la falsa carta del terrorismo, nel tentativo di scongiurare la situazione che lo costringerà a scoprire tutto il suo gioco di fronte alla chiarezza della rivoluzione. Gli attentati anarchici del 1921, i gesti disperati dei sopravvissuti al fallimento del movimento rivoluzionario di allora, fornirono un comodo pretesto alla borghesia italiana per instaurare, con il fascismo, lo stato d’assedio su tutta la società. Forte — nella sua impotenza — della lezione del passato, la borghesia italiana del 1969 non ha bisogno di vivere la grande paura del moto rivoluzionario, né di aspettare la forza che solo dalla sconfitta di questo le può ancora derivare, per liberarsi delle proprie illusioni democratiche. Oggi essa non ha più bisogno degli errori dei vecchi anarchici per trovare un pretesto alla realizzazione politica della propria realtà totalitaria, ma tale pretesto cerca di fabbricarselo da sola, incastrando i nuovi anarchici in una montatura poliziesca, o manipolando i più sprovveduti fra loro in una grossolana provocazione. Gli anarchici, in effetti, offrono i migliori requisiti per le esigenze del potere: immagine staccata e ideologica del movimento reale, il loro «estremismo» spettacolare permette di colpire in loro l’estremismo reale del movimento.

LA BOMBA DI MILANO È ESPLOSA
CONTRO IL PROLETARIATO

Destinata a ferire le categorie meno radicalizzate, per allearle al potere, e a chiamare a raccolta la borghesia per la «caccia alle streghe»: non a caso la strage fra gli agricoltori (Banca Nazionale dell’Agricoltura), solo la paura tra i borghesi (Banca Commerciale). I risultati, diretti e indiretti, degli attentati, sono il loro fine. Per il passato, l’atto terroristico — come manifestazione primitiva e infantile della violenza rivoluzionaria nelle situazioni arretrate, o come violenza perduta sul terreno delle rivoluzioni sconfite — non è mai stato che un atto di rifiuto parziale, e perciò vinto in partenza: la negazione della politica sul terreno della politica stessa. Al contrario, nella situazione attuale, di fronte all’ascesa di un nuovo periodo rivoluzionario, è il Potere stesso che, nel tendere alla propria affermazione totalitaria, esprime spettacolarmente la propria negazione terroristica. In un’epoca che vede rinascere il movimento che sopprime ogni potere separato dagli individui, il Potere stesso è costretto a riscoprire, fino alla prassi cosciente, che tutto ciò che esso non uccide lo indebolisce. Ma la borghesia italiana è la più miserabile d’Europa. Incapace oggi di realizzare il proprio terrore attivo sul proletariato, non le resta che tentare di comunicare alla maggioranza della popolazione il proprio terrore passivo, la paura del proletariato. Impotente e maldestra, nel tentativo di bloccare in questo modo lo sviluppo del movimento rivoluzionario e di crearsi ad un tempo artificialmente una forza che non possiede, rischia di perdere in un sol colpo entrambe le possibilità. È così che le fazioni più avanzate del potere (interne o parallele — governative o d’opposizione) hanno dovuto sbagliare. L’eccesso di debolezza riporta la borghesia italiana sul terreno dell’eccesso poliziesco, essa comincia a comprendere che la sua sola possibilità uscire da un’agonia senza fine passa per il rischio della fine immediata della sua agonia. Così il Potere deve bruciare fin dall’inizio l’ultima carta politica da giocare prima della guerra civile o di un colpo di stato di cui è incapace, doppia carta del falso «pericolo anarchico» (per la destra) e del falso «pericolo fascista» (per la sinistra), allo scopo di mascherare e di rendere possibile la sua offensiva contro il vero pericolo, il proletariato. Di più, l’atto con cui oggi la borghesia tenta di scongiurare la guerra civile è in realtà il suo primo atto di guerra civile contro il proletariato. Per il proletariato dunque, non si tratta più evitarla né di incominciarla, ma di vincerla. Ed esso ha ormai incominciato a capire che non è con la violenza parziale che la può vincere, ma con l’autogestione totale della violenza rivoluzionaria e l’armamento generale dei lavoratori organizzati nei Consigli operai. Esso quindi sa ormai di dover respingere definitivamente, con la rivoluzione, l’ideologia della violenza insieme alla violenza dell’ideologia.

Compagni: non lasciatevi fermare qui: il potere e i suoi alleati hanno paura di perdere tutto; noi non dobbiamo avere paura di loro e soprattutto non dobbiamo averne di noi stessi: «non abbiamo da perdere che le nostre catene e tutto un mondo da guadagnare».

Viva il potere assoluto dei Consigli operai!

GLI amici dell’INTERNAZIONALE



Le tract reproduit ci-dessous, qu’on pouvait trouver Piazza Fontana et devant les plus grandes usines de Milan dès le 19 décembre 1969 durant les plus dures journées de répression, est l’unique exemple de compréhension immédiate et générale de ce que seulement des mois plus tard les militants les plus «extrémistes» n’osaient que timidement et partiellement affirmer à propos des bombes du 12 décembre.

Le Reichstag brûle-t-il ?

Camarades,

Le mouvement réel du prolétariat révolutionnaire italien est en train de le conduire vers le point qui rend impossible — pour lui et pour ses ennemis — tout retour en arrière. Pendant que toutes les illusions sur la possibilité de rétablir la «normalité» de la situation précédente se dissolvent l’une après l’autre, mûrit pour les deux parties la nécessité de risquer son présent pour gagner son futur.

Face à la montée du mouvement révolutionnaire, malgré l’action méthodique de récupération des syndicats et des bureaucrates de la vieille et de la nouvelle «gauche», il devient fatal pour le Pouvoir de ressortir une fois encore la vieille comédie de l’ordre, en jouant cette fois la fausse carte du terrorisme, pour tenter de conjurer la situation qui l’obligerait à découvrir tout son jeu face à la clarté de la révolution.

Les attentats anarchistes de 1921, les actions désespérées des survivants de l’échec du mouvement révolutionnaire de cette époque, fournirent un prétexte commode pour instaurer, avec le fascisme, l’état de siège sur toute la société.

Forte, dans son impuissance, de la leçon du passé, la bourgeoisie italienne de 1969 n’a pas besoin de vivre la grande peur du mouvement révolutionnaire ni d’attendre la force qui ne peut lui venir que de la défaite de celui-ci pour se libérer de ses illusions démocratiques. Aujourd’hui, elle n’a plus besoin des erreurs des vieux anarchistes pour trouver un prétexte à la réalisation politique de sa réalité totalitaire, mais, ce prétexte, elle cherche à se le construire toute seule en impliquant les nouveaux anarchistes dans un scénario policier, ou en manipulant les plus naïfs d’entre eux dans une grossière provocation. Les anarchistes offrent en effet les meilleurs atouts pour les exigences du pouvoir : image séparée et idéologique du mouvement réel, leur «extrémisme» spectaculaire permet d’atteindre par eux l’extrémisme réel du mouvement.

LA BOMBE DE MILAN A EXPLOSÉ CONTRE LE PROLÉTARIAT,

Destinée à blesser les catégories les moins radicalisées pour les allier au pouvoir, et à resserrer les rangs de la bourgeoisie pour la «chasse aux sorcières» : ce n’est pas un hasard s’il y a eu un massacre parmi les agriculteurs (Banque nationale de l’agriculture) et si les bourgeois en revanche en ont été quitte pour la peur (Banque du commerce). Les résultats, directs et indirects, des attentats sont leur but.

Dans le passé, l’acte terroriste — comme manifestation primitive et infantile de la violence révolutionnaire dans des situations arriérées, ou comme violence perdue sur le terrain des révolutions manquées — n’a jamais été qu’un acte de refus partiel et, pour cela, récupéré d’avance : la négation de la politique sur le terrain de la politique elle-même. Au contraire, dans la situation actuelle, face à la montée d’une nouvelle période révolutionnaire, c’est le pouvoir même qui, dans sa tendance à l’affirmation totalitaire, exprime de façon spectaculaire sa propre négation terroriste.

Dans une époque qui voit renaître le mouvement qui supprime tout pouvoir séparé des individus, le pouvoir lui-même est obligé de redécouvrir, jusqu’à la praxis consciente, que tout ce qu’il ne tue pas l’affaiblit. Mais la bourgeoisie italienne est la plus misérable d’Europe. Incapable aujourd’hui de réaliser sa terreur active sur le prolétariat, il ne lui reste qu’à essayer de communiquer à la majorité de la population sa terreur passive, la peur du prolétariat.

Impuissante et maladroite dans la tentative de bloquer de cette manière le développement du mouvement révolutionnaire et de se créer artificiellement à temps une force qu’elle ne possède pas, elle risque de perdre d’un seul coup l’une et l’autre possibilités. C’est ainsi que les fractions les plus avancées du pouvoir (internes ou parallèles, gouvernementales ou d’opposition) ont dû se tromper. L’excès de faiblesse ramène la bourgeoisie italienne sur le terrain de l’excès policier, elle commence à comprendre que sa seule issue possible à une agonie sans fin passe par le risque de la fin immédiate de son agonie.

Ainsi, le Pouvoir doit brûler, dès le début, la dernière carte politique à jouer avant la guerre civile ou avant le coup d’État dont il est incapable, la double carte du faux «péril anarchiste» (pour la droite) et du faux «péril fasciste» (pour la gauche), aux seules fins de déguiser et de rendre possible son offensive contre le vrai danger : le prolétariat. De plus, l’acte par lequel aujourd’hui la bourgeoisie essaie de conjurer la guerre civile est en réalité son premier acte de guerre civile contre le prolétariat. Pour le prolétariat, il ne s’agit donc plus de l’éviter ni de la commencer, mais de la gagner.

Et il a désormais commencé à comprendre qu’il peut la gagner non pas par la violence partielle, mais par l’autogestion totale de la violence révolutionnaire et l’armement général des travailleurs organisés en Conseils ouvriers. Il sait donc désormais qu’il doit repousser définitivement, par la révolution, l’idéologie de la violence comme la violence de l’idéologie.

Camarades, ne vous laissez pas arrêter ici : le pouvoir et ses alliés ont peur de tout perdre ; nous ne devons pas avoir peur d’eux et surtout nous ne devons pas avoir peur de nous-mêmes : «Nous n’avons à perdre que nos chaînes et tout un monde à gagner».

Vive le pouvoir absolu des Conseils ouvriers !

Les amis de l’INTERNATIONALE

Sacco & Vanzetti
Via Orsini no 1970
Stencil volé.

Traduit de l’italien par Joël Gayraud & Luc Mercier.



Extrait d’une lettre de Guy Debord à J.V. Martin, le 23 décembre 1969


«Deux Italiens sont maintenant ici, un autre est retourné comme clandestin, et le quatrième était toujours sur place, où il a pu travailler avec quelques sympathisants (qui n’étaient pas si directement menacés).

Quand la police, le lendemain matin après l’explosion, n’a trouvé personne chez Gianfranco, elle a laissé là pour lui une convocation pour une autre affaire, ancienne (décembre 68) et vraiment assez anodine (la destruction de l’arbre de Noël, pour laquelle déjà un ami est en prison depuis un an). C’est la même tactique qui a été employée pour capturer Valpreda. Mais lui n’a pas été malin ; il est venu là où il était convoqué. Naturellement, Pinelli a été assassiné par la police. Cela fera au moins un “coupable” qui gardera une part de mystère si le procès contre Valpreda et les jeunes anarchistes n’est pas assez convaincant. Les vrais auteurs de l’attentat sont certainement des experts de la police secrète, ou de l’armée. La bourgeoisie voulait briser le climat actuel, qui menait directement à la révolution. Ces bombes étaient donc très utiles. On va maintenant réprimer tous les gauchistes et les révolutionnaires (au moins pour leurs écrits, pour leur “responsabilité”).

La principale question est : que va faire maintenant le mouvement spontané des ouvriers ? Il rencontre tous les obstacles en même temps : la provocation et la répression de la police, le mensonge stalinien, et les concessions réformistes accordées aussi cette semaine par le patronat, pour les nouvelles “conventions collectives” qui viennent d’être signées.

La seconde question concerne les conditions que vont rencontrer les situationnistes en Italie. L’enquête (étant politique et falsifiée intégralement) peut évidemment rebondir, et s’étendre, pendant encore quelque temps. Quelques journaux italiens commencent à citer le groupe milanais de l’I.S. parmi les plus extrémistes, et précisément en liaison avec les anarchistes gauchistes, peut-être terroristes. Un journal a cité personnellement Paolo et Gianfranco, sans parler de la bombe précisément, mais d’un projet de violence en général. Hey, Man !»



Extrait d’une lettre de Guy Debord à Eduardo Rothe, le 3 janvier 1970


«Merci de tes lettres du 17 et du 27 décembre. J’ai beaucoup apprécié ton étude sur “le thème du feu dans la pensée romantique allemande”. Je crois que c’est exactement ce qu’il fallait dire sur la question ; en tenant compte d’une ou deux limitations qu’imposent malheureusement les conditions de l’exposé universitaire. Félicite de ma part ton collaborateur.

À propos de l’activité future des situs italiens, nous sommes d’accord avec toi : tous les amis reviennent maintenant. À propos des questions de “cohérence défensive” que tu évoques, j’ai rappelé aux amis (qui en convenaient facilement) que, dans ce domaine, on ne peut évidemment pas connaître la mesure exacte de la prudence à observer ; et qu’il faut donc, systématiquement, choisir de se tromper dans le sens de l’un peu trop prudent, plutôt que dans le sens contraire. Bien sûr, il ne faut pas dériver trop loin. Je trouve que, dans la dernière affaire, tu avais raison. Mais, justement puisqu’il y a quelques réticences, je suppose que tu fais attention de ne pas “provoquer” ces réticences par un excès ludique ornemental ajouté sur la construction même, qui est évidemment très sérieuse.

Sur la situation du processus en général. Le coup d’arrêt est vraiment sévère. Ce n’est pas une provocation isolée (de sorte qu’elle ne pouvait pas venir “par hasard”, ni en étant le fait de n’importe qui, ni en étant lancée à n’importe quel moment). Elle coïncide avec le renouvellement — “généreux” ! — des contrats collectifs et on me dit qu’il y a maintenant mille cinq cents poursuites commencées, non plus contre des idéologues gauchistes, mais contre les ouvriers avancés qui se sont fait remarquer dans les aspects les plus illégaux des grèves sauvages. Ceci est l’équivalent d’un effort répressif classique pour décapiter un parti ouvrier révolutionnaire qui, en l’occurence, formellement n’existe pas encore (c’est-à-dire qui est moins bien armé, en liaisons et en capacités d’analyse organisée, qu’un parti consciemment constitué qui subit une époque de clandestinité).

Je crois que ce qui va se passer en janvier (à la rigueur, en janvier-février) nous apportera des précisions décisives sur l’avenir du processus. Je crois que si le coup d’arrêt actuel prolongeait ses effets — et d’abord, c’est un effet de recul, mais plus tard ce peut être un véritable découragement, avec retombée de beaucoup dans l’isolement — je dis donc : prolongeait ses effets plus de quelques mois, on devrait constater l’écroulement de ce moment du mouvement. Le professeur, un peu plus optimiste que moi, dit que ce délai ne pourrait pas dépasser un an sans que nous devions faire la même constatation. Naturellement, dans ce cas, l’expérience aura formé beaucoup de prolétaires révolutionnaires, et aura grandement changé le climat social, et même intellectuel. La critique actuelle pourra se répandre mieux quoique peut-être dans des conditions délicates (si, par exemple, les stals participent un peu au pouvoir). Mais le mouvement prolétarien qui ne manquerait pas de revenir (peut-être même vite) serait un autre mouvement, partant de plus haut que n’était parti le premier, mais de moins haut que le point atteint — et surtout la vitesse acquise — en novembre.»

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