Il conflitto cino-sovietico

Publié le par Debordiana

Una aggiunta a Il punto di esplosione dell’ideologia in Cina, I.S. no 11

Non deve stupire se ogni nuovo avvenimento non sembra che una brillante conferma della teoria. La preistoria è completamente prevedibile. L’analisi che i situazionisti compivano nel luglio 1965 (Indirizzo ai rivoluzionari di Algeria e di tutti i paesi, I.S. no 10), e poi nell’agosto e nell’ottobre 1967 (Il punto di esplosione dell’ideologia in Cina e Contributi che servono a rettificare l’opinione del pubblico sulle rivoluzioni nei paesi sottosviluppati, I.S. no 11), metteva in luce alcune leggi fondamentali della formazione e della dissoluzione internazionale delle burocrazie totalitarie, che trovano la loro puntuale verifica nei capitoli successivi che la storia si è affrettata a tracciare. Per riprendere i termini dello scritto sulla crisi cinese, «la burocrazia è essenzialmente un potere fondato sul dominio statale nazionale, e deve alla fine obbedire alla logica della propria realtà, secondo gli interessi particolari imposti dal grado di sviluppo del paese su cui regna».

Esattamente all’opposto di quanto accade nelle dispute insipide che sono la ragione stessa di vita di tutte le formazioni politiche dell’ideologia, le quali discendono dal cielo sulla terra, qui si sale dalla terra al cielo. La concezione della storia che domina in Italia il «pensiero marxista» e che vede in essa soltanto il riflesso di lotte religiose e in genere ideologiche, condivide in particolare l’illusione di ogni paese su se stesso. Se la Cina o l’U.R.S.S., per esempio, immaginano, o dicono di essere determinate da motivi superiori, «politici» e «ideologici», i loro partigiani occidentali non fanno che adottare questa opinione. E non tanto la rappresentazione di se stessi che hanno determinati popoli, quanto l’eco dei microfoni del potere dominante in questi Stati viene trasformata nell’unica forza decisiva e attiva che determina la loro azione. Mentre i giornalisti e gli osservatori borghesi si fermano per lo meno all’allusione politica, che è ancora la più vicina alla realtà, gli ideologi sedicenti «marxisti» si muovono nel campo della pura ideologia e fanno di questa illusione della coscienza la forza motrice della storia che tenta di sostituirsi al reale movimento delle sue contraddizioni.

Entrando in contatto con la realtà, l’illusione deve alla fine dissolversi. Ma il potere organizzato dell’ideologia si esprime nella tenacia dell’ideologia al potere che tenta di sostituirsi apertamente al reale, sfidandolo a una simulazione totale. L’ideologia non conosce il movimento della storia e la storia la mina inesorabilmente. Là dove si arresta l’ideologia, comincia la conoscenza teorica del progetto integralmente storico di cui è levatrice la rivoluzione e, prima di tutto, la conoscenza pratica, diretta e radicale delle condizioni che rendono bugiardi gli uomini, della società di cui la coscienza è il prodotto.


Le divergenze ideologiche, come intuiscono ormai gli stessi ideologi borghesi sempre ignari di tutto, non sono mai state che un aspetto, e non il più importante, del conflitto globale fra Mosca e Pechino. Che gli antagonisti abbiano voluto dare alle loro liti un carattere ideologico, accusandosi reciprocamente, con un processo alle intenzioni del tutto truccato, di travisare la dottrina che i fondatori avevano tramandato, ciò trascurava sempre il fatto fondamentale, la loro esistenza stessa. All’inizio (1959-60), ciascuno proclamava che la parte avversa era «deviazionista». Ora non è più cosi. Per i Cinesi, i dirigenti sovietici non sono più gli eredi infedeli o ignoranti : sono «i nuovi zar del Kremlino». Per il Kremlino, Mao e i suoi partigiani non sono più dei comunisti di sinistra, i «cafoni del socialismo» di cui aveva parlato Lenin e che la Pravda denunciava nell’estate del ’68 : sono «gli eredi degli imperatori cinesi» che hanno liquidato la dittatura del proletariato trasformandola in una dittatura paramilitare in cui, negli organismi delle 29 province e delle regioni autonome, i militari in accordo o no con Pechino hanno il sopravvento numerico percentuale. Tutti gli osservatori hanno sottolineato la modifica dell’articolo 5 del nuovo statuto del partito, uscito dal IX Congresso del P.C.C., che estende ai militari il suo controllo gerarchico : «Gli organi del potere statale della dittatura del proletariato, l’Esercito Popolare di Leberazione. La Lega della Gioventù e le altre organizzazioni di massa, come quelle degli operai, dei contadini poveri e medi dello strato inferiore e delle Guardie Rosse, devono accettare la direzione del Partito.»


Ogni accusa si ritorce dunque contro chi l’ha pronunciata. Mosca accusa Pechino di razzismo antisovietico, ma è a Mosca che c’è un tentativo di linciaggio di un giornalista giapponese scambiato per cinese (Le Monde, 11 marzo). La burocrazia sovietica, conoscendosi bene, può affermare con sicurezza sull’organo delle Forze Armate (Stella Rossa, 23 marzo) che «le folle di persone urlanti sono soltanto un travestimento», e quella cinese può denunciare «la manifestazione organizzata dalle autorità sovietiche, che hanno inviato una banda di ruffiani davanti all’ambasciata e che hanno grossolanamente insultato il grande dirigente del popolo cinese, il presidente Mao Tse-tung» (Nota di Pechino all’U.R.S.S., 7 marzo). «Le canaglie anticinesi finiranno male» scrive il Quotidiano del Popolo ; «siamo pronti a distruggere gli aggressori» replica Stella Rossa : il conflitto armato delle organizzazioni totalitarie dell’ideologia non può che produrre l’ideologia del conflitto armato.

Mancando nelle file dei rivoluzionari occidentali una coerenza critica unitaria e diffusa, sono gli stessi burocrati sovietici quelli che capiscono meglio di ogni altro la situazione della burocrazia cinese, e viceversa. Il conflitto cino-sovietico rivela e accelera nello stesso tempo il processo di dissoluzione della associazione internazionale delle burocrazie totalitarie, di cui segna, in termini positivi, una fase decisiva. Se cið che è cosi cominciato è ormai molto vicino alla sua tappa definitiva, è perché la burocrazia vi si è trovata costretta a violare la sua stessa legge e a rinunciare alla regola fondamentale del suo gioco : non rivelare mai il suo carattere di classe, e non combattersi mai per le sue posizioni reali, ma per il contrario di quello che sono. L’omertà deve essere la sua solidarietà fondamentale al di là di tutte le contrapposizioni spettacolari. Se non si è mai visto che una borghesia nazionale accusasse un’altra borghesia nazionale di essere appunto una borghesia perché, per farlo, doveva essere marxista, la maledizione che perseguita le burocrazie che si richiamano al «marxismo-leninismo» è quella di non poter dire la verità sulla propria origine senza rischiare di colpo il potere comune della loro classe.

Cosi, Mao è
diventato un «nazionalista piccolo-borghese travestito da marxista» (Pravda, 25 marzo), e «il suo gruppo ha rotto con il marxismo-leninismo e ha imboccato la strada del tradimento e della connivenza con l’imperialismo» (Pravda, 23 marzo). Tutte le vecchie frasi dell’arsenale della loro scolastiva vengono mobilitate per cercare di nascondere la verità nel momento stesso in cui la si proclama, e di rendere verosimile una menzogna che diventa insostenibile. In quest’epoca che torna ad essere radicale e che rende sempre più manifesta la verità, ciò non è più possibile nemmeno nel mondo realmente rovesciato dove il vero è un momento del falso, e il risultato di ogni tentativo ottiene il contrario di ciò che voleva : per il movimento che rovescia questo mondo, il falso è infatti un momento del vero. Da un certo punto in poi dunque, ogni sforzo per conservare il potere ne intacca la legittimazione fondamentale e non fa che peggiorarne la posizione, poiché gli interessi delle burocrazie nazionali si spingono fino a mettere in pericolo l’unico vero interesse della classe burocratica internazionale. Questa astuzia della storia, per cui le mensogne al potere si accusano a vicenda di pronunciare menzogne nella forma della verità, mentre non possono più nascondere che si tratta della verità, ma nella bocca della menzogna, è la dialettica, che mina inesorabilmente lo spettacolo dominante. Lo spettacolo del potere, in cui tutto è arbitrario, ha possibilità pressoché indefinite di rarefazione. Pressoché, e fino al momento in cui i conflitti spettacolari non tornano ad essere quelle enormi banalità storiche, o banali enormità, che imprimono allo spettacolo ed ai suoi ruoli il moto vorticoso della loro esplosione : i primi morti ufficiali hanno sostituito lo scambio di ingiurie ufficiali nel lungo conflitto intorno alla «lunga frontiera della pace». La verità che le due parti sono costrette a rivelare ciascuna sul conto dell’avversaria fa ancora parte dello spettacolo, è una verità ideologica. Ma la verità senza repliche è sempre meno lontana nel momento in cui gli stessi poteri separati, come in un sonno ipnotico, sono costretti a riconoscerla. Il loro spettacolo, che non può più riprodursi né coesistere con la verità, annuncia la loro fine. La burocrazia non può dire la verità senza accumulare le menzogne, ma nemmeno senza compromettere la menzogna fondamentale che dovrebbe giustificare tutte le altre.

Per la prima volta ciò che i dirigenti sovietici rimproverano a Mao è pericolosamente vicino a ciò che Mao fa realmente, e ciò che Pechino rimprovera ai sovietici è ciò che essi sono. Sotto le invettive del tutto accademiche, che cercano di parodiare il grande scisma in cui ciascuna delle parti possa conservare il suo mandato sacro, c’è qualche considerazione teorica utilizzata parzialmente nell’apparato delle legittimazioni ideologiche. Cosi la Pravda del 17 marzo può serivere che «naturalmente il nostro popolo non ha mai identificato la cricca avventuristica e sciovinista di Mao con il popolo cinese», i cui capi, si diceva nella Pravda dell’8 marzo, «stanno creando sotto l’etichetta comunista un’organizzazione politica nuova, strumento della burocrazia e dell’apparato militare». Mentre la burocrazia russa denuncia la frattura fra il popolo cinese e la sua classe dominante, continua a identificare se stessa con il popolo russo, nel cui nome essa parla. Ma il velo della menzogna è diventato sottilissimo. La proclamazione del programma del P.C.U.S., nel 1961, della tesi secondo cui la «dittatura del proletariato» ha ceduto il posto allo «Stato di tutto il popolo», trova la sua clamorosa smentita nella previsione cinese della sollevazione contro la classe burocratica sovietica a partire dai paesi dell’Europa orientale e dallo stesso popolo russo, verso il quale si ostenta amicizia (Radio Pechino, 5 marzo). Come contropartita, se Kruscev, a Pechino il 30 settembre 1959 di ritorno dal viaggio negli U.S.A., augurava alla Cina di potersi «avvicinare finalmente all’edificazione di un vero socialismo», e il «teorico» del P.C.U.S. Suslov, il 14 febbraio 1964, dichiarava che «evidentemente in una serie di paesi socialisti, fra cui la Cina, sopravvivono dei resti delle vecchie classi sfruttatrici ; ma per ciò che riguarda l’Unione Sovietica, dove la vittoria del socialismo è completa e definitiva, ciò appartiene al lontano passato», Kossighin doveva infrangere la consegna di discrezione che i burocrati russi — quelli che avevano più da perdere — si erano imposti in questo affare di famiglia. Egli dichiarava il 14 febbraio 1967 alla B.B.C. : «Esistono nel momento attuale in seno al partito comunista e al governo cinese dei gruppi che lottano contro il regime dittatoriale di Mao Tse-tung. Noi abbiamo della comprensione per loro.» Oggi l’U.R.S.S., che da anni preferisce dimenticarsi dell’epoca in cui Mosca regnava sul Comintern ed è ora costretta a ricordarsene nel momento in cui teme di non poter regnare che su se stessa, cerca di mantenere la coesione ricattatoria di ciò che non è mai stato un’unità socialista. Essa teme soprattutto gli «atti provocatori e scissionisti» di una «politica avventuristica» che «mina l’unità e la compattezza della comunità socialista» (Pravda, 30 aprile). Ed è per questo stesso timore che molti partiti «comunisti» degli altri paesi, fra cui quello italiano, considerano eccessivo e inopportuno l’attaco sovietico alla Cina. Falsi problemi. I padroni del proletariato dovranno accorgersi di avere ancora una volta commesso una leggerezza nel tenere la riunione preparatoria per l’anniversario del Comintern a Budapest, sull’isolotto della Margherita, antica residenza degli aristocratici : su quest’isola i revoluzionari ungheresi avevano innalzato, nel 1919, la scritta proletaria : «Tutto è nostro !»

La malatia che a poco a poco s’impadronisce del vecchio mondo è inarrestabile. Essa va oltre le prime intemperanze diplomatiche e costringe i fantocci che domina totalmente ad essere i primi artefici incoscienti della propria disfatta. La verità può tanto più chiaramente scegliere di apparire per loro tramite quanto più essi ne sono totalmente ignari : se sono in grado di fare delle previsioni sulla caduta dell’avversaria, è perché rimane lontanissima da loro l’idea di ciò che si sta preparando per loro stessi. Cosi, essi abbandonano progressivamente ogni reticenza dichiarando, in un fenomeno senza precedenti : «presto o tardi il popolo cinese e soprattutto la sua classe lavoratrice diventerà abbastanza forte da stroncare la cricca reazionaria e nazionalistica di Mao» (Pravda, 25 marzo). Ma non potranno ignorare a lungo che il popolo russo farà altrettanto. Le agenzie sovietiche registrano notizie di continui disordini e focolai di agitazione : a Yakon, nella provincia dello Yunnan, duemila persone sono penetrate nelle caserme impadronendosi delle armi ; in un’altra regione di frontiera, si sarebbero svolte azioni di guerriglia ; nella provincia del Kuangtung, è stata creata un’associazione antimaoista ; nella stessa regione, sono stati saccheggiati negozi e magazzini alimentari ; il numero dei profughi per Hong Kong è aumentato, e il 15 marzo le guardie di frontiera hanno aperto il fuoco. Questi tumulti si aggiungono alla lunga lista di quelli ben più gravi avvenuti negli anni della «rivoluzione culturale» in cui la burocrazia, dopo aver tolto il tappo alla bottiglia, non poté più trattenere il dilagare della lotta di classe reale. Ad essi vanno aggiunti anche quelli che, non potendo essere soppressi nei fatti, sono stati soppressi nell’informazione. Nella polemica, gli antagonisti si accusavano di tutti i crimini antiproletari pur di non nominare la loro vera colpa ; ma nella sistematica distruzione reciproca della sussistente derisoria pretesa ideologica rivoluzionaria, essi finiscono per rivelare la verità comune : non è stata fatta la rivoluzione. Cosi, viene denunciata la «deificazione» di Mao Tse-tung, un «autocrate dispotico», un «demagogo disonesto», e il suo concetto di «comunismo da caserma», di «livellamento piccolo-borghese» (Pravda, 25 marzo), «il culto della personalità che raggiunge il livello di una sporca farsa, la trasformazione dell’esercito in gendarmeria, l’accensione dell’isterismo col vecchio argomento di Hitler sullo spazio vitale» (Komsomolskaia Pravda, 27 marzo). La riposta è del tutto simmetrica ed equivalente : «L’impero dei nuovi zar rappresenta le colonie del social-imperialismo, eguale in tutto al “nuovo ordine europeo” di Hitler, alla “sfera di co-prosperità nell’Asia del Sud-Est” nipponica e alla “comunità dei paesi liberi” degli Stati Uniti» (Relazione di Lin Piao al IX Congresso del P.C.C.). Ciò che la Cina crede di dover chiamare «le atrocità fasciste dei revisionisti sovietici» (Agenzia Nuova Cina, 12 marzo), l’U.R.S.S. crede di udire come «il roco urlo di Goëring : uccidete — uccidete». Il delirio diventa demente, nessun paragone viene tralasciato : il «revanscismo» cinese, sulle orme di Gengis Khan, è come quello della Germania Occidentale e di Israele (Izvestia, 20 marzo), degli «invasori stranieri del 1918-20» e dei «militari giapponesi dell’ultima guerra» (Stella Rossa, 2 aprile). «Non dimentichiamo che in passato anche Adolfo Hitler aveva indicato sulle carte come suoi territori Mosca e gli Urali (…). Ma nulla è rimasto delle carte sulle quali faceva i suoi esercizi, né della sua tomba : e il mondo è contento» (Stella Rossa, 23 marzo). Il mondo non sarà contento che il giorno in cui l’ultimo burocrate sarà stato impiccato con le budella dell’ultimo capitalista. Ma se «l’essenza reazionaria e nazionalistica del maoismo è ora chiara a tutti» (Ponomariov, segretario del P.C.U.S., alla conferenza del 25 marzo per l’anniversario del Comintern) e «nessuno può prendere più sul serio le sue dichiarazioni antiamericane» (Kommunist, 2 aprile), non è chiara ai burocrati sovietici la loro propria essenza reazionaria. Pochi mesi fa, essi avevano accettato la vittoria di Mao nella «rivoluzione culturale» e Kossighin auspicava, in una intervista a un giornale giapponese, un miglioramento dei rapporti con la Cina.

Oggi tentano di far credere di aver finalmente scoperto la verità dei processi storici e si buttano in affermazioni tanto assurde per chi le fa quanto poco lo sono per ciò che dicono. Esse hanno soprattutto il pregio di non ammettere ritorni, non per il fatto di essere pronunciate con una falsa coscienza retrospettiva, ma perché è stato necessario dichiararle pubblicamente. Molte complicità sono ancora possibili, ma nessun accordo. Mosca accusa perciò i burocrati di Pechino «di sfruttare la provocazione armata dell’isola di Damansky nell’interesse della loro politica interna» (Agenzia Tass, 14 marzo) e radio Pechino dichiara infatti che i Cinesi «hanno trasformato la loro indignazione in un grande sforzo produttivo». La disintegrazione ideologica del «campo socialista» è divenuta definitiva non appena esso ha dimostrato nella base materiale la propria incongruenza. La creazione di diversi Stati «socialisti» è stata la porta attraverso la quale dovevano ritornare tutte le forme dello sfruttamento. «Le avventure politiche estere sono parte integrante di questa linea che mira a instaurare una dittatura militare e burocratica all’intorno del paese» (G. Dadiants, commentatore dell’Agenzia Novosti, Le Monde, 2 aprile). Non si tratta più dell’«interpretazione snaturata del marxismo» (ibid.) ma del reale snaturamento del movimento di cui ha parlato Marx e dell’instaurazione di regimi burocratici nazionali. È in base a questo riconoscimento fondamentale che diventa possibile riconoscere tutto il resto : notando, a proposito del IX Congresso del P.C.C., l’isolamento del «gruppo di Mao Tse-tung», le Izvestia del 29 aprile aggiungono che questi «ha dovuto rimescolare ancora una volta il mazzo dei suoi tirapiedi» ricorrendo a «un baratto indecoroso, pieno di allusioni e di mezzi termini». L’elezione delle mogli dei capi del regime fra i membri del politburo dimostra «quanto sia precaria la posizione del grande timoniere». Il 6 maggio, Radio Mosca rincara la dose : «Durante la recente rivoluzione culturale migliaia di persone sono morte. Tutto dimostra che i massacri hanno aiutato Mao Tse-tung a conquistare il potere.»

Pechino, 1949. Mao Tse-tung accolto da Kuo Mo-jo (al centro)
e Li Chi-shen, il carnefice della Comune di Canton.


I burocrati russi sono gli unici a sapere, oltre ai situazionisti, ciò che accade in Cina, ma per dei motivi opposti : i sovietici perché non si tratta che di ciò che hanno sempre fatto, i situazionisti perché i loro nemici sono i nemici del proletariato di tutti i paesi che essi conoscono con la sua coscienza. I sovietici celebrano oggi «le migliaia di veri comunisti», «i vecchi compagni d’armi» e «i diecimila cittadini e patrioti» del sangue dei quali «la strada seguita da Mao per impossessarsi del potere si è macchiata» (Radio Mosca, 6 maggio). È straordinario vedere quanto l’ipocrisia più grottesca della più grottesca macchinazione antiproletaria che la storia conosca si aspetta da se stessa. Forse si aspetta di essere creduta, che il tempo faccia dimenticare ciò che essa mostra ogni giorno di essere pronta a ripetere, il bagno di sangue proletario in cui si è lubrificata la macchina del potere sovietico. Ma è proprio essa che, con la sua pretesa derisoria di fermare il tempo della storia, rende perciò sempre presente la ragione del movimento che è destinato a impadronirsene, la ragione della sua grande vendetta. Del resto, il 18 marzo 1921, solo il giorno dopo aver celebrato il massacro dei 16.000 marinai e operai di Kronstadt con la fucilazione in massa dei prigionieri e degli ostaggi, i trionfatori bolscevichi Trotsky e Zinoviev celebravano per lo spettacolo ufficiale il 50o anniversario della Comune di Parigi, accusando Thiers e Gallifet dei massacri in massa a sangue freddo dei rivoltosi del 1871. In questo banchetto macabro si sono preparati la fossa. Oggi i loro successori ricordano che nel dicembre 1927 Mao Tse-tung fece trucidare sui monti del Cekiang 4.300 soldati che volevano andare a Canton per unirsi alla Comune di quella città, ma non ricordano ciò che il commissario Uglanov comunicava ai suoi superiori, l’8 marzo 1921 : «Dovemmo indietreggiare e rinunciare ad altri attacchi perché le truppe si trovano in uno stato di forte demoralizzazione. (…) i soldati pretendono informazioni sui fini e sulle intenzioni dei marinai di Kronstadt e vogliono inviare ai rivoltosi dei delegati per trattare con loro.» «Il 2o e il 3o battaglione del 561o reggimento cacciatori passarono dalla parte dei marinai. La 79a brigata si rifiutò di ubbidire. I soldati convocarono assemblee. Le risoluzioni dei marinai si diffusero in un baleno. Due reggimenti si ammutinarono. (…) Gli ammutinamenti furono soppressi, i loro capi furono fucilati in fila» (Dal Diario di Alexander Berkman). «Colossali crimini» rivela la propaganda sovietica (Radio Mosca, 6 maggio) ; «banda di gangsters» urla due giorni dopo il Quotidiano del Popolo. Melensi eufemismi, risponde la rivoluzione, che coprono con le parole ciò che avviene nei fatti, che orchestrano nello spettacolo mondiale la contrapposizione di merci identiche. Accusando lo «Stato fratello», accusano se stessi ; travestendosi da giudici, preparano per se stessi quel processo la cui sentenza è già stata pronunciata e che attende solo di essere eseguita. «Un giorno, dice Radio Mosca il 6 maggio, i veri aspetti verranno alla luce e Mao Tse-tung, che ha massacrato diecimila persone, riceverà dalla storia la meritata punizione.» Ma è proprio alla storia che nessuno di loro può appellarsi perché da essa non possono sperare nessuna salvezza. Come per la Comune di Parigi, cosi per la terza rivoluzione cominciata con la lotta del Soviet di Kronstadt e della Comune di Canton, i loro sterminatori «la storia li ha già inchiodati a quella gogna eterna dalla quale non riusciranno a riscattarli tutte le preghiere dei loro preti».

Ma poiché, parlando dell’avversaria, entrambe devono temere di rivelare troppe cose di se stesse, accanto alle invettive che mostrano chiaramente la volgarità del conflitto, pensano di assumere un volto dignitoso di fronte all’Occidente impugnando le sue leggi e rivelando sul proprio conto ancora di più. La Cina crede cosi di mettersi al di sopra di ogni critica invocando le norme del Diritto Internazionale per il possesso dell’isola di Cen Pao, pretesa che l’U.R.S.S. esamina e confuta sotto l’aspetto giuridico (articolo della Pravda del 16 marzo : La geografia secondo Pechino). Nella riduzione del conflitto alla dimenzione meschina di una rivendicazione territoriale fra due potenze si dice molto di più di quanto non si volesse. Ciò che non si dice è che non si tratta di una questione di geografia, ma di storia.

Sull’Ussuri, come a Praga, come Kruscev a Budapest, come Stalin a Berlino e a Barcellona, come Lenin e Trotsky a Kronstadt, si dissolve lo spettacolo delle false bandiere del «socialismo». L’occasione si banalizza perché la fine si avvicina. La burocrazia che dovette prima guardarsi dal proletariato, ora gusta amaramente il suo successo dovendosi guardare da se stessa. Oggi che a se stessa concede tutto, la sua suscettibilità cresce smisuratamente ma, nell’isolarsi, si mette in evidenza e mostra il suo vero volto : dopo aver fallacemente ricacciato la propria negazione interna, si apre ora il vecchio repertorio di tutte le classi al potere che si rivoltano nelle loro contraddizioni. «L’Occidente, serive il New York Post, può permettersi il lusso di restare con le braccia conserte e di ammirare questo spettacolo.» Ma in realtà l’Occidente non può permettersi questo lusso, perché al contrario «la borghesia sta per perdere l’avversario che oggettivamente la sosteneva con l’unificazione illusoria di ogni negazione dell’ordine esistente» (La Società dello Spettacolo).

Ciò che è stata la guerra come crisi delle classi al potere per la rivoluzione bolscevica, può esserio oggi la caduta completa dell’ideologia delle burocrazie al potere per la rivoluzione proletaria moderna anche nei paesi sottosviluppati. Da questa crisi che indebolisce i suoi nemici nascono le circostanze che rendono possibile al proletariato di vedere se stesso. Là dove l’ideologia si disfa, compare la verità. In tal modo, ancora una volta, è l’ombra della rivoluzione la minaccia mortale che pesa sui contendenti che recitano sulla scena. Ed è il suo sguardo, la dialettica della storia e pensiero del proletariato, che illumina questi avvenimenti. È semplice, il proletariato non può riprendere il potere se non a coloro che glielo hanno sottratto, benché in suo nome. Il crollo della tenace finzione dello spettacolo «socialista» riporta la rivoluzione all’inizio, ma con una consapevolezza più radicale e un programma più avanzato ; esso è la levatrice della verità futura, gravida di una pratica nuova. Le prossime rivoluzioni non avranno bisogno di scegliere fra la menzogna russa e la menzogna cinese. Esse trarranno esempio da se stesse, e sapranno che «non possono trovare al mondo nessun aiuto se non attaccando il mondo, nella sua totalità». Ma possono averlo tutto appellandosi ai proletari di tutto il mondo.

Internazionale situazionista no 1, luglio 1969.

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